Da qualche settimana è tornata a rabbuiarci l’ombra del deposito gpl di Energas. Ennesimo incontro a Roma, comunicazione fumosa, poca trasparenza, un’assemblea cittadina mai convocata. Sindaco e giunta ne hanno parlato, cavalcando l’onda di un movimento che ha attraversato Manfredonia. Proponendosi come mediatori delle istanze espresse dalla volontà popolare e della rabbia su cui è poggiata, disinnescandola ma nello stesso tempo strumentalizzandola. La stessa rabbia che pratica ed urla ancora, forte e chiaro, NO ENERGAS.
Siamo sempre con l’orecchio teso.
Ve lo ripetiamo: qui e in altre zone del Sud, non siete benvenuti.
Non è solo la rabbia che cresce o il pensiero di chi sa bene cosa vuol dire essere sacrificate sull’altare dell’industrializzazione.
È proprio qualcosa di viscerale, profondamente iscritto nell’amore per questa terra, nell’esperienza costruita nel dolore della perdita che si fa rabbia collettiva: la salute delle persone e del territorio non è trattativa.
Alle carte scoperte del potere potremmo quasi dire grazie, perché mostrano gli interessi reali delle politiche di dominio dello stato sui territori: sottrarre risorse attraverso monocolture industriali per il profitto e la ricchezza di pochi.
Poco importa a lorsignori se il deposito di gas altamente infiammabile (o qualche altro mirabolante progetto green) verrebbe costruito in una zona recentemente interessata da incendi di vaste proporzioni, poco importa se lo stato impone la devastazione ambientale – vera base del loro progresso – come ricatto sul miglioramento delle condizioni di vita dei territori marginalizzati.
Poco importa se la marginalizzazione è causata dalle politiche predatorie di uno stato che toglie e privatizza qualsiasi servizio e spazio pubblico, facendo il deserto.
I corpi e i territori del Sud sono disprezzati dal potere, inseriti in un discorso razzista e coloniale funzionale a creare alterità da civilizzare e far progredire nella scala di valori dominanti: individualismo, svendita di qualsiasi spazio, risorsa e servizio.
Corpi e territori considerati inferiori, vuoti e inutili, finché non c’è l’emergenza, finché non si muore, finché non ti “salvano” militari e polizia, il dispositivo utilizzato dallo stato con i suoi eroi maschi per cercare di spezzare l’attivazione diretta e rafforzare la percezione che autoritarismo, maschilismo e gerarchie siano necessarie.
Poco importa se la medicina salvifica sia lo stesso modello di sviluppo incompatibile con la vita che assoggetta la politica locale alla narrazione dell’unico modello possibile, oggi orientato sull’asse “turistico-green”. Perché le vacanze al mare si dovranno pur fare, nonostante siano costruite sulla morte ambientale e sociale, su contratti stagionali di merda, precarietà diffusa e abbandono strutturale degli ambienti naturali.
La sempreverde retorica di anelare ad un futuro radioso come battesimo che ti “salva” dalla colpa di essere terrone, criminale, retrivi e primitive.
All’interesse strategico dello stato e dei partiti opponiamo l’energia impertinente, sfrontata e vitale di chi qui vive e abita. La “salvezza” dello stato la conosciamo bene: siamo stati ammalati dalla fabbrica, devastate dagli incidenti e dagli incendi.
Non dimentichiamo e non accettiamo nuovi sacrifici.
Abbiamo memoria – e vorremmo sommessamente ricordarlo – di quando i padroni hanno avuto paura della lotta popolare, determinata e diretta. Quella determinazione ha messo a nudo il gigante ENI, mostrandone la faccia mortifera. La stessa determinazione che ha ricacciato Menale e sodali nei loro anfratti.
Con l’esempio di Nicola Lovecchio nel cuore e la sua dignità che mai vi apparterrà, vi diciamo chiaro: nessun “interesse nazionale” come manganello, nessuna economia di guerra sui territori, nessuna strategia giocata sulla pelle di chi vive a Sud.
Non riconosciamo padroni o leader di ogni sorta: né nei palazzi né nei consigli d’amministrazione.
Ci opponiamo dal basso come magma che brucia di amore e di rabbia per l’autodifesa del vivente.
Nessun mega-deposito. Né qui né altrove.
ENERGAS VATTÈNNE